
Bonaventura da Bagnoregio.
    Nato a Bagnoregio, presso Viterbo, nel 1217, monaco
francescano, nel 1257 fu eletto ministro generale dell'ordine.
Formatosi all'Universit di Parigi, comp numerosi viaggi in vari
paesi d'Europa. Tornato a Parigi nel 1265, si impegn nella
polemica contro l'aristotelismo, assumendo come punto di
riferimento la tradizione neoplatonica e agostiniana. Fra i suoi
scritti si possono ricordare: Collationes de decem praeceptis
(1267), Collationes de septem donis (1268), Collationes in
Hexameron; la sua opera pi famosa  Itinerarium mentis in Deum
(1259)


20) Tutto pu essere indicato come traccia per arrivare a Dio.
    Bonaventura riassume in queste pagine del Breviloquium la sua
concezione circa il rapporto fra l'uomo, l'universo e Dio, nota
come dottrina dell'esemplarismo. Essa  di chiara ispirazione
francescana oltre che agostiniana

Breviloquium, Parte secondo, capitolo dodicesimo (vedi manuale
pagina 243).

1.   Da tutte le cose predette si pu concludere che il mondo,
creatura di Dio,  come un certo libro, in cui riluce, si
rappresenta e si legge la Trinit che ne  la fattrice [in quo
relucet, repraesentatur et legitur Trinitas fabricatrix] secondo
un triplice grado di espressione, cio per modo di vestigio, di
immagine e di similitudine: cos che la ragione di vestigio si
trova in tutte le creature, la ragione di immagine nelle sole
creature intellettuali, la ragione di similitudine nelle sole
creature deiformi; da ci, come da tanti gradi scalari,
l'intelletto umano  indotto gradatamente ad ascendere verso il
sommo principio che  Dio.
2.  La ragione poi per cui noi intendiamo queste cose  che,
avendo tutte le creature riferimento al loro Creatore e dipendenza
da esso, ad esso possono venir paragonate o come a principio
creativo, o come oggetto motivo, o come dono inabitativo. Sotto il
primo aspetto viene riferito a Dio ogni suo effetto, sotto il
secondo aspetto viene riferito ogni intelletto, sotto il terzo
aspetto ogni spirito che sia giusto e accetto a Dio. Pertanto ogni
effetto per quanto poco abbia di essere, ha Dio come principio.
Ogni intelletto per poco che abbia di luce,  atto per mezzo della
luce e dell'amore a capire Dio. Infine ogni spirito giusto e santo
ha infuso in s il dono dello Spirito Santo.
3.  E poich la creatura non pu avere Dio come principio, se non
 configurata ad esso secondo l'unit, la verit e la bont; n
Dio secondo l'obbietto, se non lo capisce per mezzo della memoria,
dell'intelligenza e della volont; n Dio come dono infuso se essa
non  configurata a Lui per mezzo della fede della speranza e
dell'amore come triplice dote; e avendosi cos tre conformit:
lontana da Dio la prima, propinqua la seconda e prossima la terza,
ne deriva che la prima si chiama vestigio della Trinit, la
seconda immagine e la terza similitudine.
4.   Lo spirito razionale poi  in mezzo tra la prima ed ultima
conformit, cos che lo spirito inferiore tiene la prima
conformit; lo spirito di mezzo tiene la seconda, lo spirito
superiore tiene la terza. Pertanto nello stato di innocenza,
quando l'immagine non era viziata bens fatta deiforme per opera
della grazia, bastava il Libro della creatura perch l'uomo
potesse esercitare se stesso alla visione del lume della divina
sapienza; essendo egli sapiente quando vedesse tutte le cose in
s, nel proprio genere e infine nell' arte (divina), a seconda che
le cose posseggano l'essere, cio nella materia o natura propria,
nell'intelligenza creata e nell'arte eterna; secondo le tre parole
della Scrittura pronunciate da Dio (Gen. 1, 3 e seguenti): fiat,
fecit et factum est.
5.   Per la qual triplice visione l'uomo ebbe un triplice occhio,
come dice Ugo di S. Vittore (Libro I de Sacram. pagina X c. 2),
della carne, della ragione e della contemplazione: l'occhio della
carne con il quale vedere il mondo e le cose che sono nel mondo;
l'occhio della ragione con il quale vedere l'animo e le cose che
sono nell'animo; l'occhio della contemplazione con il quale vedere
Iddio e le cose che sono in Dio. Cos con l'occhio della carne
l'uomo poteva vedere le cose che sono al di fuori di lui; con
l'occhio della ragione le cose che sono entro di lui; con l'occhio
della contemplazione le cose che sono al di sopra di Lui. L'atto
poi di quest'occhio contemplativo, che non  perfetto se non nella
gloria, si smarrisce a causa della colpa, viene ricuperato
mediante la grazia e la fede e l'intelligenza delle Scritture, con
le quali la mente umana  purgata illuminata perfezionata in
ordine alla contemplazione delle cose celesti; alle quali cose
l'uomo decaduto non pu giungere se prima non riconosca i difetti
e le tenebre proprie; il che egli trascura di fare ove non
considerasse e prestasse attenzione alla rovina dell'umana natura

(Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1966, volume
quarto, pagine 869-870).

